Vincere per cosa?
C’è una domanda che il campo largo continua a evitare, vincere per cosa?
C’è una domanda che il campo largo continua a evitare, e che Napoli — con la sua piazza mezza vuota, le contestazioni sul palco, la piroetta di Conte sulla “minaccia russa” — ha reso improrogabile: vincere per cosa?
Non “vincere e basta”. Non vincere per tornare a occupare le poltrone, per garantirsi altri cinque anni di stipendi e di sottosegretariati agli amici degli amici. Vincere per governare cosa, per cambiare cosa?
Perché nel frattempo Fratelli d’Italia resta inchiodato al 26% nei sondaggi. Nonostante Vannacci. Nonostante un Paese che assomiglia sempre di più a un malato in terapia intensiva attaccato alle macchine. Il calcio naufraga, il lavoro nero prospera e nel Mediterraneo si continua a morire senza che nessuno — nessuno, di nessuno schieramento — trovi il coraggio di dire una parola che sia una e risolutiva sulla questione più grande di tutte. Sopravviviamo. Uno si alza dice “remigrazione” e dall’altro lato nessuno ha una risposta e la cronaca scorre rinforzando la corrente di chi ha risposte facili a problemi complessi.
E allora la vera partita non è quella che si gioca sui social, tra chi si fa la foto sul palco di Napoli e chi no, tra chi ci va e viene accusato di essersi “imbucato” e chi resta fuori a rivendicare la propria autonomia. Il coraggio non è una questione di prospettiva. Il coraggio sarebbe affrontare a muso duro un centrodestra che governa nella più totale indifferenza generale — perché tanto, diciamocelo, tra Conte, Draghi e Meloni a Palazzo Chigi non è cambiato granché per i fondai, quelli che stanno in fondo (Nella magnifica metafora della serie TV Snowpiercer, la zona in fondo al treno si chiama il Fondo (in lingua originale The Tail). Giorgetti è al Tesoro da sette anni. Mattarella è al Quirinale da quattordici anni quasi. L’Italia è ferma.

C’è una cosa, però, che sappiamo fare benissimo: produrre debito pubblico (anche su questo la sinistra non ha una risposta). Non per il bene dei cittadini, no. Per foraggiare prebende, gonfiare organici, tenere in piedi ministeri che esistono più per distribuire consenso che per funzionare. Un sistema che paga tutti perché tutti restino, in un modo o nell’altro, complici.
Di fronte a questo, il dibattito sul “garante” dei centristi, sulla quarta gamba, sul chi-ha-detto-cosa tra Renzi e Calenda, tra Picierno e Sensi, rischia di essere l’ennesima discussione sui nomi prima che sui contenuti — esattamente il vizio che Ernesto Maria Ruffini ha avuto il merito di segnalare. Il problema non è se serva un garante o se debba candidarsi un sindaco. Il problema è se qualcuno, in questo campo largo o fuori da esso, abbia ancora il coraggio di essere sinistra — sinistra vera, non quella che si accontenta di gestire l’esistente in attesa del proprio turno.
Perché la piazza di Napoli, alla fine, non ha certificato solo un problema di metodo o di comunicazione. Ha certificato una domanda di senso che resta senza risposta. E finché la risposta sarà “vinciamo, poi si vede”, quella domanda continuerà a restare vuota — proprio come la piazza. Dateci un motivo per vincere.
Vincent Russo, Milano 11 luglio 2026


In linea di massima hai ragione: l'unione nasce per battere la destra..ma c'è un punto che manca, o forse una verità che facciamo fatica a raccontare: dentro il campo largo si cammina sulle uova. Ogni battaglia va vinta prima dentro la coalizione, tra le sue anime, prima ancora di poterla proporre al Paese. L'unione fragile e i leader del campo largo tendono a frenarsi.
Lo stesso Conte è più compassato, Schlein cuce in continuazione (anche dentro il PD), Bonelli e Fratoianni opportunamente non vedono e non sentono e men che meno parlano davanti a tematiche divisive. Ed è da qui che nasce l'assenza di progetto dove salario minimo, sanità pubblica sono battaglie giuste ma isolate che non danno l'idea di società che si vuole costruire, ma rimango idee, per quanto giuste, elettorali.
Mi chiedo però cosa sia meglio: un campo largo che cerca di accocchiare qualcosa (conscia del limite che va dalla classe dirigente alle idee, passando per il coraggio di cui parli) oppure una destra che, giorno dopo giorno, segna una nuova tacca sul muro dell'inadeguatezza?